Archivi categoria: cahiers du cinema

I CANCELLI (DEL CIELO) SI RIAPRONO

E dopo le scuse (doverose) arrivate dalla redazione di Rai Movie (e da chi la trasmissione della director’s cut l’ aveva curata), arriva anche ciò che più mi premeva. E questa volta segnalarlo è d’ obbligo. Il capolavoro di Cimino tornerà in onda. Ed è un evento. Approfittiamone. Chiunque: chi il cinema lo odia, chi Cimino proprio non lo può vedere e chi come me, perché è un collezionista di rarità, o semplicemente perché il Cinema lo ama (anche poco). In pratica, imperdibile. Anche perché, saggiamente, la Rai lo (ri)metterà in onda ben due volte: una nella mattinata del 20 settembre (sabato della settimana entrante), esattamente alle 11:15, l’ altra nella notte tra il 5 e il 6 Ottobre.

Qui la notizia direttamente dal sito di Rai Movie.

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Tra Cannes, Locarno, Venezia


A stagione (quella dei grandi festival) ormai volta al termine. Con qualche residuo, qualche evento ancora da consumarsi oltre oceano. Dopotutto, ed è vero, non giriamoci attorno, il Toronto Film Festival guadagna terreno e New York riesce a sottrarre al veterano dei Festival del Cinema (Venezia) titoli di prestigio come quest’ anno l’ ultimo lavoro di P.T. Anderson e Gone Girl di Fincher. E tutte le giustificazioni, seppur precise nella loro dialettica, del direttore Barbera (con Muller era un altra storia) suonano un po come una sconfitta. O se volete come un “accontentiamoci”. Che è ancora peggio. La sfida del direttore di Venezia: quella di puntare alla qualità intrinseca delle opere, rimane comunque molto interessante. Non perdiamoci però in questo genere di discussioni, che ci porterebbero via molte righe. Piuttosto parliamo di cosa c’ è da vedere. Meglio, cosa probabilmente vedremo. Si sa la pigrizia dei distributori è un brutto affare. Continua a leggere

I Cancelli del Cielo, versione (quasi) integrale su Rai Movie

Perché questo titolo? Scusate ancora se ieri non vi ho segnalato questo evento (che sarebbe dovuto essere speciale, ma davvero). A ragion veduta forse però vi ho evitato l’ ennesima scossa di nervi: il finale del film infatti non s’ è visto. Anzi hanno ripetuto due volte i 20 minuti prima della parte conclusiva del film, lasciando atterriti, basiti, esterrefatti tutti. Me compreso, che mi ero programmato di registrare tutta la nottata di Rai Movie. Cose che succedono solo in Italia? probabilmente no, errare è umano. Ma anche incazzarsi per degli errori come questo è umano, umanissimo. Sarei felice arrivasse qualche scusa e un cambiamento di palinsesto per ritrasmettere almeno solo il finale, (non chiedo tutto il film-fiume di Cimino). Sarebbe un gesto nobile, e devo dire molto apprezzabile. Difficilmente si riconoscono e si vogliono riconoscere i propri errori, per cui attendere sarà vano. Tuttavia io ci spero, ci voglio sperare, almeno questa volta.

Fuori Orario: notte di folle desiderio

Troppo facile il gioco di parole che consente di fare la programmazione dello straordinario (mitologico, si me lo possono concedere) programma notturno di rai 3. Due titoli esaltanti sta notte: il primo Kubrick (almeno il primo accessibile); e l’ ultimo, lunghissimo, ma immancabile documentario di Wang Bing. Il suo Three Sister, sempre recuperato su Fuori Orario, uscito vincitore dalla sezione Orizzonti di qualche anno fa (se non sbaglio due), mi era piaciuto moltissimo. Quasi tre ore, ma che gran film. Quindi per niente trascurabile il suo ultimo Follia e Amore, anzi da recuperare assolutamente, chi desideroso di riconoscere un cineasta dallo stile immaginifico che già in passato lo aveva affascinato, chi per conoscere uno dei migliori registi contemporanei. La durata  potrebbe incutere qualche timore: 220 minuti. Tuttavia sono certo che chi come me, come noi, ama il cinema, uno sforzo saprà farlo. Ne sono certo. Per quanto riguarda Fear and Desire, beh che c’ è da dire: restaurato e distribuito l’ anno scorso (se non sbaglio) nei cinema, poi passato in DVD per la RaroVideo. Recupero necessario per chiunque, dopotutto si tratta del primo film del più Grande. E non si esagera. Continua a leggere

un’ altra visione di visione di vedere

I Colori della Passione era stato un miracolo. Un chiaro esempio, per chi scrive, di che cosa sia una rivelazione; un film che non ti aspetti. Innanzitutto non ci si aspettava nella rappresentazione di un quotidiano, fisso, stabilito come quello di un dipinto la naturalezza composta e realistica tipica della ritrattistica cinematografica; almeno non in un opera trasversale e “democratica” che sceglie di imitare i contorni brugheliani dello stato delle cose. Poi, secondo, ma non secondo per importanza, un suadente discorso tra cinema, Arte e spettatore; che trovava spazio tra il racconto dei destini dei personaggi e i silenzi di questi ultimi. Ed è proprio da qui, da quella che potremmo definire una costante del cinema di Majewski, che il cineasta polacco comincia a costruire le fondamenta per il suo film seguente, Onirica- Field of Dogs. E già dal titolo, decisamente presuntuoso, lo spettatore, intimorito se non imbarazzato, intende a cosa va incontro. Continua a leggere

lontano, vicino, tra carcasse blue

Ne parlavo, molto tempo fa, in un breve articolo su Derek Jarman: il blu, il colore del novecento. Il colore della perdizione, dell’ amore, dell’ annegamento nel vuoto, il colore “sensibile”. Qui c’è, in Blue Ruin c’è. Tra camicie azzurre, luci al neon blu, tuffi nel blu del mare, una vecchia, scolorita Pontiac blu, il riflesso, turchese, dei televisori accesi: un tono di glacialità, uno di empatia, uno puramente estetico. Freddo e calcolato, procede imperterrito un racconto, scarno: tra silenzi sobillati dal fluire di rumori, il lento defluire del momento, l’ accelerazione narrativa e una furba rarefazione, prolissa, della situazione prolungata. La scelta di Saulnier, regista fin troppo consapevole alla sua seconda opera, è quella, evidentemente, di trattare una materia (il revenge movie) convulsa e scatenata, in una sottrazione d’ intenti, ovvero riducendo all’ osso tutto ciò che concerne il racconto, riducendolo ad un corpo esile, ardendo al tempo della “lontananza”. Continua a leggere

mappa tracciata, verso le stelle

Anche Polanski, si è permesso di iniziare così. Piove, siamo in mezzo alla strada, la mpd svolta, si aprono le porte di un teatro, entriamo. Il richiamo sessuale era quanto mai esplicito, ma dopotutto si trattava di Venere in Pelliccia. Il trapasso era chiaro: metafora di un amplesso, tra il teatro e il cinema. Una provocazione, un atto di accusa nell’ anarchia d’ azione (lo spazio in cui si trova ad agire) l’ opera di Polanski; il quale saggiamente costruisce il suo film come opera stante a se stessa. Si basta. Se all’ inizio assistevamo ad una penetrazione, in piena regola, alla fine, con il movimento contrario, con l’ uscita dal teatro per tornare alla strada, inutile dire di che cosa si tratti: un coito interrotto.

Anche Maps to the Stars inizia così: siamo in autobus, lentamente la mdp procede, incalza lo spettatore, si gira, inquadra, penetra Mia Wasikowska sdraiata sul suo sedile. La “penetrazione” cronenberghiana differisce, però, da quella dell’ autore polacco: nel caso di Maps to the Stars infatti questo “scabroso” incipit si carica, a posteriori, dopo aver visto il film, di due gradi di separazione. Uno rispetto allo stile di Cronenberg, uno rispetto allo spettatore. Continua a leggere

da Berlino

Appena concluso il festival di Berlino, vi propongo una manciata di video dei film più interessante (secondo me) del festival.Quest’ anno a differenza dell’ anno scorso (la mia prima avventura, seppur lontana perché vissuta da casa davanti al computer, berlinese) sono riuscito ad entrare di più nei sistemi, negli anfratti, nei cunicoli oscuri della berlinale che si sa come ogni festival che si rispetti ha i suoi grandi, piccoli, medi segreti.Ho visto anche la serata di premiazione (non tutta purtroppo ma comunque in tempo per godermi tutti gli orsi dati).Momenti clou: quando Christoph Waltz è salito sul palco-non tanto per ragioni particolari, ma quanto perché è sempre bellissimo potersi rivedere con i propri grandi-, la Golino che mezza inciampa, e poi il premio più importante che a sorpresa è andato a Black Coal, Thin Ice, film di genere cinese, e non al tanto acclamato (ma mai quanto atteso) Boyhood.Inoltre devo dire che alla fine lo stremaing della serata di premiazione andava un po a strappi per cui ammetto di essermi perso alcune parti, ma pazienza, intanto era solo una serata glamour.Un momento mondano e basta, che però mette a nudo (non voglio fare il classico critico italiano)  i buchi e le incongruenze del nostro grande festival, ovvero Venezia.Per non parlare di Roma, di cui ho visto l’ anno scorso la serata di premiazione e davvero mi sembrava di star male, mai visto nulla del genere.E pensare che c’ era pure quel grande uomo che è Marco Muller (di cui ho una profonda stima).Non ci resta dunque che aspettare questi film, o alcuni di essi in modo da gustarceli nelle nostre comode e calde sale italiane.Forse ho esagerato con gli aggettivi ? si, forse.Stanno forse sparendo i cinema? e sopratutto quelli piccoli, d’ essai, dei centri, delle cittadine ? si, forse ma non pensiamoci ora. Continua a leggere

top five 2013

Anche se ormai tutti gli anni spero di non arrivarci mai, tutti gli anni ci torno. Spero di non dover accendere il mio imac, andare su wordpress, digitare user e password, arrivare alla pagina del blog, andare nel menu, selezionare “nuovo articolo” e su come titolo scrivere “TOP FIVE”.Perchè ? che senso ha ? non lo so…comunque tutti i siti (più o meno) specializzati lo fanno, stillano lunghi testi con lunghe polemiche e critiche, discorsi, giudizi, bilanci e via così…

Io  mi accontento di brevi e schematici giudizi ma lo faccio anche quest’ anno. Ecco i miei 5 titoli dell’ anno Continua a leggere

la violenza si fa signora

La tragedia greca.Si è citata, come al solito, quando si parla di film di questo genere la tragedia sofoclea, nella sua mistura fra tradizione, solennità, terrore e distruzione.E come al solito si è citata a sproposito. Poiché pur essendo solenne, duro, crudo, concettualmente terrificante Miss Violence non è una tragedia ma semplicemente tende alla pienezza e alla profondità ( o più semplicemente alla potenza) della tragedia. Miss Violence è un dramma: mostra di un microcosmo famigliare perverso, storia di un male, di segreti e di dei (ovviamente umani).Avranas  costruendo come suggeriva Dante, mentre analizzava lo stile così chiamato “tragico”, una storia che inizi presentando un equilibrio, lentamente lo spezza, provocando presenta le basi su cui poggiava l’ equilibrio, indugiando mostra come quest’ ultimo si disgreghi.Dunque Avranas, attualizzandolo e contestualizzandolo, usa Dante, la sua lezione, o meglio lo stile “tragico” suggerito e teorizzato dal Sommo Poeta: partire da un equilibrio per sconvolgerlo Continua a leggere