lontano, vicino, tra carcasse blue

Ne parlavo, molto tempo fa, in un breve articolo su Derek Jarman: il blu, il colore del novecento. Il colore della perdizione, dell’ amore, dell’ annegamento nel vuoto, il colore “sensibile”. Qui c’è, in Blue Ruin c’è. Tra camicie azzurre, luci al neon blu, tuffi nel blu del mare, una vecchia, scolorita Pontiac blu, il riflesso, turchese, dei televisori accesi: un tono di glacialità, uno di empatia, uno puramente estetico. Freddo e calcolato, procede imperterrito un racconto, scarno: tra silenzi sobillati dal fluire di rumori, il lento defluire del momento, l’ accelerazione narrativa e una furba rarefazione, prolissa, della situazione prolungata. La scelta di Saulnier, regista fin troppo consapevole alla sua seconda opera, è quella, evidentemente, di trattare una materia (il revenge movie) convulsa e scatenata, in una sottrazione d’ intenti, ovvero riducendo all’ osso tutto ciò che concerne il racconto, riducendolo ad un corpo esile, ardendo al tempo della “lontananza”.

Se una poetica, come quella di Bela Tarr, pur nel suo carico di empatia, oggi appare “monumentale”, nella sua decisa esclusione; Saulnier decide, quindi, di non eccedere, non si sente di fare il passo più grande della gamba, forse, sceglie dunque, molto originalmente, di togliere al racconto, rimanendo in virtù del racconto a narrare. La scelta stilistica, dunque è quella di freddare, fermare il tempo tra i silenzi, pieni di pathos, e accelerare, a discapito anche di una coerenza visiva, i toni per l’ azione dialogica.

Si crea così un dualismo intrinseco, tra ciò che semplicemente deve portare avanti la storia e ciò che deve ribadire stilisticamente una certa idea di cinema. E sembra, questa doppiezza, questo gioco fra parti, l’ errore di fondo di questo Blue Ruin: l’ incoerenza. Implacabile, nella sua lodevole programmaticità di stile (non c’è una sbavatura in tal senso), Blue Ruin sfrutta i topoi del genere, che si trova ad affrontare, fintanto da venirne risucchiato. Saulnier infatti o per fretta (decisamente improbabile), o addirittura, per una consapevolezza sorniona, decide di trattare la materia narrativa, a cui inevitabilmente rimane vicino per un esigenziale volere (quello di raccontare storie per intenderci) in maniera approssimata: macchina a mano, grezzamente in spalla e via a seguire i personaggi. Utilizzando uno stile che tutt’ al più dovrebbe flagellare lo spettatore, lo tiene lontano. L’ incalzante macchina a mano, rispetto al poetico piano sequenza, qui sottrae l’ attenzione dello spettatore piuttosto che reverirla. Quindi quello che potrebbe essere un punto di vista innovativo ed originale diventa di fatto il punto debole di questa macchina imperterrita.

Sicuramente rimane di indubbio fascino lo studio simbolico, elaborato da Saulnier, fin dalla stesura del copione, immagino: quello di un continuo grado di separazione del suo protagonista dalla sua famiglia (la lontananza), e di complicità con i carnefici dei suoi genitori, la famiglia a lui avversa (la vicinanza). Che la prossimità della resa dei conti, sembri più imminente, che il progressivo allontanamento della follia (anzi della debolezza, come suggerisce una bellissima battuta del film) omicida del protagonista in una “scabrosa” partecipazione contraria alla famiglia che gli ha ucciso i genitori, rappresenta coerentemente ciò che si diceva prima. Un progressivo annullamento, fino alla morte (che concerne però tutte e due le indicazioni di stato) dalla famiglia d’ origine, in un movimento circolare, che porta alle estreme conseguenze quel vagabondaggio di Dwight, il protagonista, nell’ incipit. Tutto coadiuvato dall’ immancabile Pontiac blu.

Che dire infine? teniamolo d’ occhio questo Jeremy Saulnier, potrebbe regalarci qualcosa di importante nel futuro, chi lo sa…e anche se non fosse così, pur non essendo pienamente riuscito Blue Ruin è un bel pugno nello stomaco, questo va detto; un film godibilisimo e non banale che sa divertire, intrattenere tendere, i nervi dello spettatore accompagnandolo nel suo “mattatoio”

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