mappa tracciata, verso le stelle

Anche Polanski, si è permesso di iniziare così. Piove, siamo in mezzo alla strada, la mpd svolta, si aprono le porte di un teatro, entriamo. Il richiamo sessuale era quanto mai esplicito, ma dopotutto si trattava di Venere in Pelliccia. Il trapasso era chiaro: metafora di un amplesso, tra il teatro e il cinema. Una provocazione, un atto di accusa nell’ anarchia d’ azione (lo spazio in cui si trova ad agire) l’ opera di Polanski; il quale saggiamente costruisce il suo film come opera stante a se stessa. Si basta. Se all’ inizio assistevamo ad una penetrazione, in piena regola, alla fine, con il movimento contrario, con l’ uscita dal teatro per tornare alla strada, inutile dire di che cosa si tratti: un coito interrotto.

Anche Maps to the Stars inizia così: siamo in autobus, lentamente la mdp procede, incalza lo spettatore, si gira, inquadra, penetra Mia Wasikowska sdraiata sul suo sedile. La “penetrazione” cronenberghiana differisce, però, da quella dell’ autore polacco: nel caso di Maps to the Stars infatti questo “scabroso” incipit si carica, a posteriori, dopo aver visto il film, di due gradi di separazione. Uno rispetto allo stile di Cronenberg, uno rispetto allo spettatore.

Il primo, relativo all’ autore canadese, è quanto mai semplice: Cronenberg cerca il contatto con i suoi personaggi, non li tocca, non lo farà mai per tutto il film, ma cerca la loro fisicità. Li penetra psicologicamente, cogliendo dal guscio esterno (il corpo) le movenze interne (le angosce sottratte). Ma qui, siamo ancora in un’ idea di cinema dell’ ostentazione, uno dei capisaldi del cinema di Cronenberg. La seconda questione riguarda invece il rapporto nuovo, ma non innovativo, che l’ autore instaura con il suo pubblico: lo tiene a distanza (privilegiando il giudizio socratico al brivido corporale), per scelta, e lo fa beffardamente, con ironia (della sorte); come sarcasticamante Bruce Wagner, autore della sceneggiatura, farà dire ad un personaggio che i film sull’ incesto sono “robetta” da niente, quando ancora una volta Cronenberg fa un film sull’ incesto, ma questo è un altro discorso. Tornando alla “separazione” tra oggetto (film) e soggetto (spettatore) si coglie una “svolta”, l’ ennesima, teorica svolta stilistica; una costante, che non abbandona l’ autore canadese da quando con A Dangerous Method ha cercato di costruirsi un nuovo equilibrio (in quel caso tra parola/film), che non dimostra la crisi del sistema estetico cronenberghiano, anzi ne sottolinea la vitalità. Se dunque con A Dangerous Method, il suo film più teorico, ci troviamo davanti un manifesto d’ intenti, con Cosmpolis, un improbabile commistione (la parola fatta film, l’ ostentazione cronenberghina), con Maps to the Stars abbiamo un ulteriore passo a lato, uno scarto netto, repentino, e devo dire inatteso. Sembrava infatti che a Cosmopolis, pur nella sua meraviglia, mancasse l’ ultima istanza; l’ autore canadese sembrava, nel finale, preferire il significato alla forma, negando la prima, maggioritaria, parte in cui l’ aspetto estetico d’ immagine faceva da padrone. Quindi, era attesa al varco l’ ultima “prova”, che evidentemente è da rimandare ad un prossimo futuro, o che forse mai vedremo. Comunque vada è innegabile che ancora una volta, Cronenberg, porta a Cannes un’ altro film senza misure, denso e nuovo.

Sarebbe però troppo semplice, se tutto si esaurisse, in un solo aspetto di separazione. Difatti questo è solo un istanza, la più palese. La costruzione estetica di Cronenberg, infatti, aspira a racchiudere in forma raziocinante il rapporto tra il mondo romantico (quello subconscio, insondabile) e quello classico (inteso socraticamente; come punto di vista razionale), eliminando la profondità delle immagini. Tutto sembra apparire li, davanti, senza piani di divisione. In un unico stato “apocalittico” di spazio: un’ unica soluzione dimensionale. La quale, permette allo spettatore di scrutare con lucidità (grazie anche ad una fotografia limpida e pulita) l’ Essere in movimento della scena. Il tutto si complica, però, quando entra in gioco l’ epifania, mitologica si capisce, del romantico nel mondo classico. Ovvero, quando Cronenberg riprende il tema, straviziato nella sua sterminata filmografia, di mimetica tra realtà e finzione, cioè quando le due si confondono in unica soluzione di continuità. Di nuovo il grande canadese ci sorprende e allo stesso tempo ci lascia indietro: qui non è il mondo classico a piegarsi al decadentismo romantico, ma quest’ ultimo ad essere razionalizzato. Quindi se, precedentemente, in Cronenberg, la divisione nietzschiana tra l’ apollineo e il dionisiaco, si trasformava in un trionfo totale del secondo, in Maps to the Stars assistiamo quasi al contrario. Nell’ ultimo suo film, l’ autore canadese, non traccia nemmeno una linea di demarcazione, tutto avviene, come ho già avuto modo di scrivere su un unico piano, aborrendo la dimensione (in un mondo che tanto ama il 3D). Tutto qua? No, purtroppo, per la vostra pazienza, no. Difatti ci sono ancora due passaggi essenziali: in primis, l’ esistenza di un tempus, di uno spazio temporale, fisico, oggettivo, metafisico, senza limiti, che è lo spazio dell’ angoscia; e nuovamente l’ ironia, che ribalta ancora una volta le carte in tavola. Può bastare? a Cronenberg no, assolutamente, ma per ora ci accontentiamo. Tuttavia il canadese non si limita e costruisce una struttura a fiume, un intreccio di visioni e di interpretazioni che passano dall’ aspetto formale, poietico a quello sostanziale, metaforico. Costruisce, ribalta e abbonda, ostenta una smania ipertrofica di “ricerca”, mettendosi ancora una volta, non per l’ ultima volta, ne siamo sicuri, in gioco.

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